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Quella parte dell’infanzia che ci accompagna

25 aprile 2012

Quand’ero piccolo, passando la gran parte del tempo – durante la settimana – a casa della nonna materna, per diversi anni sono stato l’unico bambino di quella casa. Per parte di madre, infatti, ero il più grande. Mia sorella e i miei cugini sono arrivati progressivamente diversi anni dopo di me. Non mi sentivo affatto solo: all’asilo mi fermavo sempre tanto tempo, finché qualcuno non poteva staccarsi dal lavoro per venire a prendermi (a 120 metri da casa…). Non ero solo, perché la Cecilia si fermava sempre con me, e ciò mi faceva piacere. Arrivato dalla nonna, a parte la merenda con latte e Coco-pops, tiravo sera guardando Bim-bum-bam e poi scendendo in ufficio dalla mamma, dove in un angolino era posta la mia mini-scrivania. E lì disegnavo, scrivevo, imparavo a leggere. Producevo, insomma. Porto ancora nel borsellino la patente di guida che produssi quando avevo 5 anni, con tanto di foto e firma mia, più la firma della mamma che – da buon ingegnere del traffico – approvava il mio “permis de conduire”.

Alle scuole elementari avevo frequentato il tempo pieno, per cui non tornavo a casa prima delle 16:45. Ad attendermi, dalla nonna, c’era sempre la merenda con latte e Coco-pops, stavolta condivisa con “la Manu”, la mia migliore amica di allora. Ci spaccavamo di cereali mentre guardavamo Bim-bum-bam, e poi passavamo a Italia 7-Telecity per proseguire con altri cartoni. Nell’intermezzo, facevamo i compiti oppure giocavamo saltando su e giù dai divani e dalle scale… era bello lanciarsi dall’alto gridando “Goldraaaaake”. Non riesco ad immaginare infanzia più felice. Negli anni successivi, ai nostri giochi si unì anche la Moiza. Il divertimento era assicurato. Goldrake, Trider G7, il Grande Mazinger, Mazinger Z, Getter Robot, Daltanious, Daitarn 3, Gordian, Voltron, Danguard, Combatter V, God Sigma, Gundam… quelli erano il mio mito. Re Vega, il diavolo Ulner, Kloppen, Don Zauker, Doppler… diventarono il mio modello di “malvagio”. Non mi sarebbe affatto spiaciuto lanciarmi da 20 metri di altezza gridando “Goldraaaaake”, indossando magicamente la tuta di Actarus, e atterrando seduto esattamente nella cabina di pilotaggio. 

E così, felicemente, il tempo passò. I miei “miti” non svanirono… semmai continuarono ad aumentare, ce n’era sempre qualcuno nuovo. Se Ken Shiro e Naoto Date erano un modello di forza bruta che probabilmente non avrei mai avuto, Kakaroth fece presto la sua entrata in scena. Creare onde energetiche con le mani – mi dicevo – non doveva poi essere così impossibile come invece farsi crescere i muscoli come Ken.  Prestissimo arrivarono anche Pegasus e compagni, con le loro incredibili avventure e nemici in grado di muoversi alla velocità della luce. L’idea di fondo era estremamente affascinante… la definizione esatta di “cavaliere”, forse. Avere un’armatura come la loro divenne la mia nuova idea da realizzare. E a parte armature di cartone, di più non riuscii a fare. Eppure quell’armatura di Pegasus mi sembrava talmente bella…

Da bambini si sogna spesso di crescere, di diventare adulti. Diventati grandi, è giusto pensare da adulti… ma sarebbe davvero un gran peccato se un adulto si dimenticasse che tutti siamo stati bambini, una volta.

Ciò detto, al giorno d’oggi non mi spiacerebbe avere nel garage la Mach Patrol  e Tunderhawk, nei sotterranei del mio giardino il Trider G7, nascosti da qualche parte Goldrake e il Daitarn 3, essere capace di volare con la Bukujutsu, avere un corpo di gomma che resista a qualsiasi shock, possedere un revolver (e una mira) come quelle di Vash, ed essere in grado di impastare il chakra controllando le proprietà del vento, del fuoco e del fulmine. Non sarebbe proprio male.

In fondo, che cosa vuole un uomo? Oltre a tutto il resto, si intende!

Buon 25 aprile, bagai! Mi sa che solo in Italia si festeggia!
Not bad…
PMJ

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