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End of life

15 gennaio 2012

Il testo che vorrei condividere con voi è stato scritto di recente da un medico americano. Vi riporto anche l’indirizzo a cui trovate il post completo, perché qui riporto solamente due piccoli paragrafi – che riassumono tutto il senso dell’articolo, peraltro. Sto anche partecipando con interesse alla discussione da esso scaturita. Inizia così:

Years ago, Charlie, a highly respected orthopedist and a mentor of mine, found a lump in his stomach. He had a surgeon explore the area, and the diagnosis was pancreatic cancer. This surgeon was one of the best in the country. He had even invented a new procedure for this exact cancer that could triple a patient’s five-year-survival odds—from 5 percent to 15 percent—albeit with a poor quality of life. Charlie was uninterested. He went home the next day, closed his practice, and never set foot in a hospital again. He focused on spending time with family and feeling as good as possible. Several months later, he died at home. He got no chemotherapy, radiation, or surgical treatment. Medicare didn’t spend much on him.

It’s not a frequent topic of discussion, but doctors die, too. And they don’t die like the rest of us. What’s unusual about them is not how much treatment they get compared to most Americans, but how little. For all the time they spend fending off the deaths of others, they tend to be fairly serene when faced with death themselves. They know exactly what is going to happen, they know the choices, and they generally have access to any sort of medical care they could want. But they go gently. […]

by Ken Murray

Lo trovo di grande attualità, specialmente in un’epoca in cui è venuto meno – quasi del tutto – il diritto a morire nel proprio letto, nella propria amata casa, circondati dai propri cari. E così, quotidianamente, il “fare tutto ciò che è ragionevole per una persona malata gravemente” troppe volte diventa “fare tutto ciò che è possibile”, e spesso “fare tutto il possibile, e anche di più se necessario” (indipendentemente dal fatto che sia ragionevole o meno). Trovate l’intero testo – ovviamente in Inglese – al seguente indirizzo.

http://zocalopublicsquare.org/thepublicsquare/2011/11/30/how-doctors-die/read/nexus/

Ovviamente i medici non vogliono morire; vogliono vivere. Ma hanno studiato e vissuto abbastanza della medicina moderna da conoscerne i limiti. E conoscono abbastanza circa la morte e ciò che tutte le persone temono di più: morire con dolore, e morire da soli. Magari, con un attimo di tempo in più a disposizione – non oggi, temo – ve lo potrei anche tradurre in italiano (i miei lettori più “maturi” non masticano molto l’inglese…).

Torno alle mie mansioni, e qualora foste interessati vi auguro buona lettura.

PMJ

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