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Idiocracy

9 gennaio 2012

Oggi ho sentito alla radio una notizia di cui in realtà avevo già sentito parlare diversi mesi or sono: riguarda la progressiva riduzione delle dimensioni del cervello umano. E’ cosa già nota che l’apice delle dimensioni dell’encefalo per la specie Homo è stato raggiunto con l’uomo di Cro-Magnon. Fino a 20.000-30.000 anni or sono, infatti, l’evoluzione cerebrale mostrava un incremento delle dimensioni. Da quel momento in poi, le dimensioni hanno cominciato a regredire. O meglio, la selezione naturale ha avvantaggiato la specie Homo sapiens sapiens, in possesso di un cervello più piccolo (circa il 10% di volume in meno rispetto al Cro-Magnon).

Teschi dell'uomo di Neanderthal (a sinistra) e di Cro-Magnon. (Photo Researchers, Inc./John Reader/Science Photo Library).

Ciò che mi ha colpito, però, è la teoria che sostengono attualmente; ossia che la riduzione delle dimensioni cerebrali sia in realtà ancora in atto, e quindi abbia caratteristiche progressive. Il breve lasso di tempo di una vita è ovviamente inadatto per studiare – in così pochi anni – se le dimensioni cerebrali stiano davvero diminuendo o siano costanti. Quel che è certo è che non sembrano essere in incremento (a quanto pare).

Questa teoria è probabilmente una speculazione dei media, ma si fonda su teorie alquanto interessanti. E quantomai appaiate alla realtà. A me hanno insegnato che le misure (cerebrali) non contano: ciò che determina le imponenti prestazioni cerebrali è il numero di connessioni (sinapsi) che i neuroni riescono a realizzare tra loro, e non il numero di neuroni per se. A questo fenomeno sono state date più interpretazioni; vi riporto quelle più discusse.

La teoria della riduzione dell’intelligenza
David Geary, docente di Scienze Psicologiche all’Univeristà del Missouri, sostiene che il rimpicciolimento cerebrale sarebbe la prova che stiamo diventando sempre meno intelligenti. In poche parole, mentre ad un certo punto nel mondo antico la selezione favoriva i più intelligenti, al giorno d’oggi le interazioni sociali ed i rapporti con gli altri sono diventati talmente complessi da rendere sempre meno necessaria l’intelligenza del singolo come elemento indispensabile alla sopravvivenza e quindi alla riproduzione. Alla radio l’hanno definita come “teoria dell’Idiocracy” (l’avete visto il film Idiocracy? Ve lo consiglio, perché estremizza questo aspetto in modo crudo ma divertente!).

La teoria della Cooperazione
Una teoria di Ben Hare, antropologo del Duke University Institute of Brain Sciences, suggerisce che la riduzione delle dimensioni cerebrali rappresenti un vantaggio evolutivo. Per sostenerla, porta l’esempio di alcuni animali – come i cani – che nel corso dell’evoluzione, da quando sono stati addomesticati, hanno visto ridurre le loro dimensioni (sia corporee che cerebrali) a favore di un temperamento più mansueto e meno propenso all’aggressività e al combattimento (si pensi alla legge della sopravvivenza: una volta era decisamente più dura, perché il combattimento era ordinaria amministrazione, per gli animali così come per l’uomo). Ben Hare ha inoltre eseguito esperimenti su diverse specie di scimmie, in cui le più abili nell’affrontare e superare i compiti proposti sono quelle in grado di coalizzarsi, di aiutarsi (proprio quelle appartenenti alla specie con la massa cerebrale più ridotta). Quindi un cervello più piccolo starebbe ad indicare che la specie è in grado di cooperare per raggiungere i propri obiettivi. E torno a ripeterlo: non sono le dimensioni che contano, ma il numero delle connessioni cerebrali.

Morale della favola? Non saprei. Ma su due piedi mi viene da dire: nessun umano è onnisciente, e vista l’enormità del numero di stimoli e conoscenze attualmente a nostra disposizione, dovremmo anche avere l’umiltà di ammettere che tutte queste conoscenze non appartengono al singolo, ma alla collettività. Insomma, se mi chiedono cos’è l’IVA, io so il significato dell’acronimo; ma non conosco la teoria economica che ci sta dietro, e farei bene ad andare a studiarmela (o a chiederla alla Marti). Quindi non posso dire di sapere che cos’è. E più si è giovani, più si crede di possedere delle conoscenze che in realtà non si possiedono, perché la tecnologia attuale ci ha semplificato tantissimo (troppo?) la vita. A tal punto da determinare un nostro minore impegno intellettivo in ciò che facciamo quotidianamente (non in tutto, per fortuna).

Io sono ancora legato a una vecchia regola che mi hanno insegnato, a suo tempo: i figli devono superare i genitori, gli allievi devono superare i maestri. In fondo, visto che le conoscenze sono davvero in continuo sviluppo, cosa potrebbe esimerli dall’appropriarsi di un maggior numero di queste stesse conoscenze? Nulla, io trovo.

Quindi rimboccatevi le maniche, bagai… rimbocchiamocele tutti, a partire da me!

Cià che torno a produrre!! Buona settimana a tutti,

PMJ

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